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Il triangolo della badante


Teatro - Laura Forti mette in scena in Cile tre solitudini sullo sfondo dell'emigrazione rumena. E protesta: "Lavoro all'estero, l'Italia non punta sui nuovi autori"


di Monica Capuani da di Repubblica – 15 novembre 2008


Dire drammaturgo contemporaneo in Italia equivale a evocare un animale fiabesco come l'unicorno o il sopravvissuto di una razza che s'avvia tristemente all'estinzione, non avendo superato la selezione naturale. Neanche il successo internazionale è garanzia di ritorno glorioso sui palcoscenici italiani. Consapevole di questo, Laura Forti è partita per Santiago del Cile, dove il suo testo La badante: una storia di fantasmi, vincitore della XIII edizione del Premio all'autore Enrico Maria Salerno, è passato con successo al Festival de Dramaturgia Europea Contemporanea. È la storia di tre solitudini: la vecchia signora bisbetica che ha perso la figlia a causa dell'eroina e della propria indifferenza; Svetlana, la sua badante rumena inghiottita dalla fatica e dalla disillusione del "bengodi" italiano;

Roxana, figlia di quest'ultima, tradita dall'assenza della madre durante l'infanzia e decisa a non ripercorrerne le orme, incinta del padre della famiglia italiana per la quale ha lavorato. Nella asfissiante stanza in cui le tre donne s'aggirano come lupi in gabbia, aleggiano i fantasmi della figlia tossica della padrona di casa e dell'oppressiva madre di Svetlana.

La sua pièce s'ispira a una situazione sempre più comune nel nostro Paese. "Ho già parlato di donne e immigrazione negli anni '90 nel mio primo testo, Le nuvole tornano a casa, scritto nel periodo del "boom albanese". È la storia d'una prostituta reclusa in una stanza d'albergo e di una cameriera che entra in contatto con quel mondo: un incontro che potrebbe diventare amicizia ma finisce tragicamente quando l'italiana deve lasciar entrare davvero l'altra nella sua vita: una scelta di rottura. Allora mi ero documentata, in uno slalom tra istituzioni e associazioni, incontrando a fatica ragazze rapite, costrette a prostituirsi. A una di loro, Mirieta, era dedicato il testo. L'immigrazione femminile è un mondo ancora più misterioso di quello maschile: nel teatro mi viene in mente l'immigrato in Schifo di Robert Schneider, al cinema la colf est-europea di La sconosciuta di Giuseppe Tornatore. Nel caso delle badanti, siamo davanti a silenzio ancor più grave, aun vero e proprio "furto di vita": chiediamo loro d'amare, prendersi cura dei nostri vecchi, dei nostri figli, instauriamo un rapporto ambiguo di familiarità, ma di loro non sappiamo nulla, e fingiamo di non capire che quando si avvicinano ai nostri bambini in realtà spesso vedono i loro. Così la ferita tutte le volte si riapre. La storia di La badante in parte è nata dall'incontro con una persona che in questi anni è entrata a far parte della mia vita, di quella di mia madre, una donna che viene dalla Romania e mi ha raccontato un po' di sé. Una persona che ha sofferto molto, cui voglio bene: ho parlato a lungo con lei e con altre badanti".

Che realtà le hanno raccontato?

"Ogni storia è diversa, ma quel che viene fuori è uno spaccato da brivido della famiglia italiana: scene di ordinaria crudeltà, genitori che litigano furiosamente, e queste donne che si trovano a dover difendere i bambini. O madri di famiglie bene che vanno in palestra tre volte la settimana e si dimenticano di pagare la collaboratrice domestica a fine mese, o signore gelose dell'affetto dei figli per queste presenze più assidue di loro, che si vendicano umiliandole, colpendole anche fisicamente, licenziandole in tronco alla faccia dei loro diritti. Come si sentono? Depresse, perché reprimono sentimenti vitali come rabbia e paura, sono sole e continuano a sentirsi al di fuori della società italiana nella quale vivono da anni".

Il suo testo dà la sensazione che nei due mondi, di servi e padroni, non ci sia possibilità di felicità né

salvezza.

"È così, perché manca la vita, quella verità che si manifesta quando si esce dall'acquario narcisistico e si riesce a sentire, provare dolore. Se affrontassero i loro fantasmi, la Signora e Svetlana non reggerebbero l'urto: così restano nelle rispettive gabbie, a condurre una esistenza miserabile. La Signora, simbolo del mondo occidentale, consumistico, anestetizzato, inaridito, invecchiato, ma che non ha alcuna intenzione di morire o sentire il dolore degli altri, e Svetlana, che continua a raccontarsi la storia d'un paese dove potrebbe tornare, una casa, un'appartenenza, e proietta sul bambino che deve nascere la maternità che non ha potuto vivere, rubandola alla figlia che non la vuole. La ragazza rompe davvero la gabbia, crea altre regole, fa una scelta violenta e non si vuole identificare nella madre. Forse non avrà mai un'identità sua, in quel fuori che l'aspetta dovrà vivere senza un cuore, ma sceglie di uscire".

L'idea dei fantasmi è efficace teatralmente: era presente fin dall'inizio?

"Questo è un testo d'atmosfera, per me, una storia di fantasmi, finestre che si

aprono, armadi che rivelano segreti, porte che fanno intravedere ombre, foto che appaiono e scompaiono. Il vero fantasma che tormenta tutti, però, è la mancanza d'amore. Non riusciamo a darcelo, incapaci di vedere l'altro, provare qualcosa per lui. Questo fantasma ci tormenta, non ci ha/dà pace".

La badante viene prodotta per la prima volta non nel suo Paese ma in un altro continente. Che effetto le fa? "Ci sono abituata, da anni lavoro all'estero. Ho mandato Le nuvole tornano a casa a un concorso in Austria: non ho vinto, ma il testo è stato notato, e un'agenzia l'ha fatto tradurre e pubblicare sulla storica rivista berlinese Theater der Zeit. Così il testo è andato in scena molte volte e in diversi teatri. In Francia sono arrivata attraverso il testo Pesach/Passaggio, che nel 2001 ha vinto il premio Betti. Il regista franco-tedesco Lukas Hemleb ne ha fatto una bella produzione al Théâtre de la Ville a Parigi, nel 2004, con molto successo. Certo è una vita dura. Con pazienza, la valigia sempre in mano, continuo a girare e oggi i miei testi sono presenti nei cartelloni di vari Paesi. In Francia mi pubblica Actes Sud e il mio Nema problema in aprile approderà alla Comédie Française. Il problema in Italia è che i teatri non producono nuovi autori, e se lo fanno non garantiscono una vera distribuzione. Non credono che questa drammaturgia possa piacere al pubblico, fatta eccezione per pochi autori/attori (Paolini, Celestini, Enia), che sono già riusciti a ritagliarsi una loro collocazione. Il Cile è il posto più lontano dove sono stata rappresentata, è il Sudamerica dove emigrarono i miei parenti negli anni '40 per sfuggire a Hitler, il Paese della dittatura di Pinochet, della memoria pesante ma in continua trasformazione, che ora ha una donna presidente. Combinazione assai stimolante per un appetito drammaturgico".

Il fatto di essere stata un'attrice ti aiuta nella scrittura drammaturgica?

"La prima cosa che ho scritto, Dimmi, un monologo sulla storia della mia famiglia ebrea, me la sono cucita addosso. Essere attrice mi aiuta perché cerco di scrivere "sentendo" le parole, provando a immaginarle come un vestito per un attore, confezionato in modo che non lo faccia sfigurare o gli stia così stretto che non possa respirare. Ma che gli piaccia. Il mio sogno sarebbe scrivere per una compagnia stabile: provare con gli attori, conoscerli, fondere la loro sensibilità con quella dei personaggi "in progress". Sarebbe rigenerante per scrittura e messa in scena. Intanto ho completato la trilogia di Nema problema con Odore di santità, confessione d'un prete abusato/abusatore tormentato dalla sessualità che uccide l'oggetto del suo amore, e Blu, storia femminile d'aborto e libere scelte".



La forza dell'’immaginazione.

Quattro domande all’'autrice su Nema problema 

a cura di Flavia Foradini - Sipario.



Perché il tema della guerra per Lei, autrice donna? 

“Credo che se si sta in ascolto del mondo, prima o poi ci si imbatte nella guerra. Della guerra, a dire il vero, sentiamo parlare tutti i giorni ma ormai ab- biamo sviluppato una certa impermeabilità, come del resto davanti alla shoah, alla fame, al dolore: un grande muro di retorica ci separa dal sentire veramente. E d’altra parte, come si fa a sentire qualcosa che non abbiamo vissuto, come si fa a rac-

contarlo? Ci sono davvero argomenti, come la guerra, la

shoah, dei quali è impossibile parlare? (penso al fa- moso silenzio a cui si riferiva Wiesel). Una volta una sopravvissuta rispose a uno scrittore israelia- no, che si accingeva a scrivere della shoah e le chiedeva come avrebbe potuto descrivere quell’e- sperienza senza averla vissuta direttamente: ‘Caro, usi tanta immaginazione’.

La battuta è forte e spiazzante, ma credo che per arrivare a questo sentire viscerale non basti ri- correre alle proprie riserve di fantasia, debba scat- tare una molla personale, un bisogno di approfondi- mento: allora si apre una falla nel muro della reto- rica e una possibilità creativa. La mia è scattata per caso quando ho scoperto che un mio amico mi- lanese ha passato due anni della sua vita a com- battere nell’esercito croato. Ha cominciato a rac- contarmi la sua storia ed è nato questo monologo. Ho cercato di interpretare i sentimenti complessi e contraddittori che uscivano fuori dal racconto – sentimenti che mi corrispondono e mi interessano molto – la rabbia, la vergogna, l’impotenza -, e di integrare con l’immaginazione, esattamente come ho fatto per i miei testi sull’immigrazione e sull’o- locausto. Quello che mi ha colpito di questa storia è l’odissea dell’uomo comune, lo strappo: il fatto che uno normale, dalla sua realtà qualunque di venti- treenne milanese (la ragazza, l’hobby della fotogra- fia, la frequentazione del centro sociale) per un ca- so strano della vita si possa ritrovare catapultato dall’altra parte del televisore, nella follia della guerra.

Mi è sembrato interessante questo sguardo: un viaggio e una prospettiva nei quali possiamo tutti identificarci”.

Perché in forma di monologo? “Secondo me questa storia di denuncia richiede

gli occhi negli occhi, cerca un contatto viscerale con ognuno di noi. È un grido di vergogna, di orrore. È una storia sulla difficoltà di comunicare, di condivi- dere un peso e una memoria. Se penso a questo monologo mi viene in mente l’immagine di una gab- bia: il protagonista sta lì, esposto al giudizio, suo e degli altri, protende le braccia ma non può uscirne. È imprigionato dalla sua stessa coscienza.

Mi piacerebbe che si partisse da un rapporto ‘uno contro tutti’ e si arrivasse ad una comparteci- pazione e a un’identificazione del pubblico nel per- sonaggio. Una specie di rituale di condivisione e di liberazione: si sa, l’alleggerimento si ha solo dopo essere passati per la pesantezza. E allora, questa storia pesante è una corsa nell’orrore e richiede uno spettatore con buoni muscoli, pronto a fare un viaggio autocritico nella vergogna, per poi magari risorgerne”.

Che ruolo assegna alla musica in questo testo? 

“La musica è la salvezza. Non voglio fare inutile retorica ma quando sei disperato ti attacchi al bel- lo, alla speranza che ci sia qualcosa di bello. Il pro- tagonista alla fine del suo percorso, tornato alla sua vita normale, non può ‘ricominciare’ un’esi- stenza come gli altri, perché non è più lo stesso. È condannato al silenzio perchè non riesce a comuni- care con le parole quello che visto, un po’ quello che succedeva ai sopravvissuti ai lager. Recente- mente mi ha molto colpito una frase di Imre Kerte- sz, sopravvissuto ad Auschwitz, premio nobel per la letteratura e autore di Kaddish per il bambino non nato. L’io monologante del racconto dice, a giu- stificare il suo ossessivo bisogno di scrivere, ‘se non lavorassi, esisterei’.

Esistere, accogliere la pienezza della vita e dei sentimenti, possono risultare insopportabili a chi ha vissuto l’orrore, un orrore che non è compren- sibile o condivisibile da parte degli altri.

E allora o ti chiudi in te stesso e ti uccidi o ti butti in qualcosa, il lavoro per esempio, che ti di- fende da quel sentire ‘troppo’ caldo. Il mio perso- naggio si butta nella musica e alla fine è lì che tro- va le parole per esprimere il suo magma e inizia a guarire.

Da qui il paragone con Charlie Parker e la sua ‘Lover man’. Come il musicista icona dell’emargi- nazione e della solitudine, anche il mio personaggio si sente relegato ai Margini della realtà e alla di- sperata ricerca di un linguaggio. La musica opera davvero un miracolo, guarisce veramente quella fe- rita? Non lo so. Però il sax si sostituisce al fucile e alla fine la vita in qualche modo torna a scorrere”.

Il Suo monologo sta per essere tradotto in francese e in tedesco, in una versione in cui lei ha tolto lo sfondo milanese e delocalizza l’azione, pur lascian- dola ancorata ad una metropoli. Nella versione ita- liana la scelta di Milano è solo dettata dalla reale biografia dell’amico che ha ispirato il testo, o vi sono altre ragioni?

“A parte il fatto che il mio amico, Simeone, è milanese e mi piaceva il suo modo di raccontare, secondo me una certa cadenza dialettale, l’apparte- nenza a un territorio contribuiscono a togliere dal- la storia qualsiasi neutralità. Non è una storia asettica, non è un esempio astratto. È la storia di uno che aveva una ragazza, andava al Leoncavallo, a bucar la carta al poligono con i vecchietti e i ra- gazzini, un bauscia, come si definisce e si ritrova strappato da quella vita. Credo che dare al perso- naggio un dialetto o una città possa contribuire a farci capire che tutto questo è successo a una per- sona come tante, in una città come tante. E che la sua vita era come tante, ma anche unica. Che que- sta persona aveva un’esistenza ‘prima’, una me- moria, un passato a cui non è stato più possibile ritornare”.



CONVERSAZIONE CON LAURA FORTI IN ITALIANO.

Federica Martucci - Altritaliani.

Federica Martucci : Puoi precisare come si è svolta la scrittura delle Nuvole?

Laura Forti : Era il 1998, cercavo un testo a due donne da fare con un’altra attrice (anch’io nasco come attrice e allora recitavo). Non trovavo niente che mi piacesse o che fosse abbastanza interessante. Mi cadde l’attenzione su Emigranti di Mrozek: anche se si trattava di due protagonisti maschili la tematica dell’immigrazione e dell’esilio mi attraeva molto, in un primo momento avevo anche pensato di riadattare il testo per me e la mia amica. Poi però mi sono chiesta, come mai non si parla mai di donne immigrate, sempre di uomini? Avevo letto altri testi bellissimi sull’argomento come Schifo di Robert Schneider, visto ottimi film ma sempre in una prospettiva al maschile. Pensandoci bene, nell’immaginario della società l’immigrato, il migrante è spesso maschio forse perchè la migrazione è associata all’avventura, al viaggio, al rischio, prerogative maschili . Del mondo femminile clandestino si sa meno, perchè le donne tendono ad essere più timide, le comunità spesso impediscono loro di parlare, oppure, almeno nel 98, avevano meno spazi per avere incontri, per essere stimolate ad aprirsi, a raccontarsi. 
Era l’anno della prima grande ondata di immigrazione albanese in Italia, la gente era terrorizzata dai barconi stracolmi in arrivo, una vera e propria febbre dello straniero. D’altra parte a Firenze, la mia città, non esisteva una comunità albanese, non c’era un luogo frequentato da albanesi dove andare a caccia di informazioni, bisognava procedere per tentativi e passa parola. Anche gli albanesi avevano paura di farsi conoscere. Ho iniziato la mia ricerca andando alla Caritas, conoscendo persone che me ne facevano conoscere altre, ho conquistato la loro fiducia, ho mangiato con loro, sono riuscita a entrare in rapporto con le suore che ospitavano varie ragazze scappate ai racket della prostituzione e ai protettori, ragazze che cercavano di ricostruirsi un’identità o erano in attesa di tornare dalle famiglie in Albania (in molti casi erano state rapite oppure portate in Italia da un falso fidanzato che le aveva vendute). Molte erano poco più che bambine. Con alcune mi sono rivista anche fuori, come la Mirieta a cui ho dedicato la pièce e a cui ho regalato la mia bicicletta. Altre hanno assistito alla nascita del testo collaborando (come la ragazza che ha cantato e tradotto la canzone "Le Nuvole tornano a casa", una ragazza che era stata anche lei prostituta e ha pianto tutto il tempo della registrazione) e sono venute a vedere lo spettacolo che abbiamo fatto, sempre nel 98, una piccola produzione dove io recitavo nel ruolo di Nadia. 
Non sono stati rapporti facili nel senso convenzionale, fluidi e lineari, non sono nate vere amicizie. Di Mirieta ad esempio non so più nulla. E’ sparita. Sono rapporti sbilanciati: tu hai tutto, loro hanno poco o niente. In questo senso penso che una parte di me fosse come la Cristina del testo, piena di buone intenzioni ma anche con pregiudizi e paure, come del resto ce n’erano dall’altra parte. La domanda delle Nuvole è proprio questa: quanto siamo davvero disposti a farci attraversare, a farci cambiare dall’altro? 
Però questa tensione verso una realtà cosi’ diversa dalla mia è stata importante, vitale, come tutti i salti nel vuoto, un viaggio di conoscenza, utile anche per capire tante cose di me.

FM: Hai scritto Le Nuvole... nel 1998 ma le tematiche sono sempre piu attuali : oggi la storia si ripete con gli sbarchi di popolazioni provenienti dalla Tunisia, dalla Libia, oggi gli scandali sessuali infangano le sfere politiche piu alte. Cosa ti ispira questa attualità rispetto a cio che hai scritto tredici anni fà ?

LF : L'’immigrazione è un tema che continuo a sentire forte, presente nella mia scrittura. Non a caso nel 2006 ho scritto un altro testo sulle donne immigrate, La Badante/una storia di fantasmiche parla del rapporto tra una Signora e la sua badante rumena, un rapporto pieno di implicazioni affettive e di proiezioni reciproche, turbato dall’arrivo della figlia della badante che introduce un'’incognita nella relazione consolidata e la scardina facendo uscire, appunto, i fantasmi e i sentimenti repressi. 
Forse sento questo interesse per le persone che vengono da altri paesi perchè sono ebrea, discendente di ebrei russi erranti, in esilio e in fuga in tutto il mondo, scampati a guerre, a dittature, a povertà e queste tematiche mi sono particolarmente affini. Io stessa non mi sento mai a casa. 
Per parlare dei due problemi di cui accenni, gli sbarchi dalla Tunisia e gli scandali legati al nostro premier, dovrei allargare il discorso e parlare dell’Italia di oggi che per noi dramaturghi è fonte di continua ispirazione (lo dico con amara ironia). Un’Italia che si è alleata per anni con Gheddafi, autorizzandolo con la sua complicità a rispedire indietro i clandestini, a farli morire nel deserto della Libia o nei campi profughi; un’Italia che da anni utilizza l’equazione immigrato=criminale per ottenere consensi presso la popolazione spaventata dagli arrivi, stremata dalla mancanza di lavoro (non certo per colpa degli immigrati), speculando quindi sulla debolezza sociale e sui bisogni di chi non ha niente; di un’Italia incapace di solidarietà, che ha dimenticato il suo passato di emigrazione e rimanda indietro i barconi, lasciando annegare donne e bambini, di un’Italia che ha cacciato con le pistole gli immigrati africani di Rosano che raccoglievano i pomodori sottopagati al suono di grida fasciste; di un’Italia che è sostanzialmente, intimamente fascista, in cui ancora vive il sogno di Mussolini, che ha bisogno di un dittatore che pensi e decida al posto delle persone; di un’Italia che finge di scandalizzarsi per le varie Ruby, per le orge del premier, ma poi è pronta a strizzare l’occhio e a passarci sopra (in fondo sono debolezze maschili) quando il vero problema non è che Berlusconi faccia le orge a casa sua, questo non scandalizza nessuno, tuttalpiù fa tristezza e schifo, ma che un presidente del consiglio si permetta di comportarsi cosi’ insultando gli Italiani, comprando il silenzio, dicendo bugie, legittimando l’illegalità. 
Il vero problema non è lo scandalo sessuale, è la mancanza di valori del paese. Questo è lo scandalo vero: in un paese che si adatta, che si allea con l'’ingiustizia, come possono esserci speranze e futuro? Di un'’Italia cosi’, mortificata e dolorante, dovrei scrivere e infatti scrivo, sperando che la scrittura arrivi a qualcuno, trovi consensi, diventi un atto politico condiviso e faccia sentire uniti quelli che continuano a resistere a questo spettacolo umiliante e vogliono cambiarlo, con il pensiero e con le azioni.

Direi che rispetto alle Nuvole quello che è cambiato oggi è che adesso si conoscono di più i problemi degli immigrati, le storie delle ragazze costrette a prostituirsi, sono stati fatti servizi in televisione, scritti libri. Ci sono più centri di accoglienza, più associazioni rispetto a dieci anni fa, in passato tutto era più pioneristico e casuale. Con il tempo la società è diventata più multiculturale, ci sono immigrati ormai di seconda, di terza generazione: multiculturale però non vuol dire integrazione e accettazione. Non è cambiato per niente invece il razzismo di fondo e la diffidenza, anzi, direi che sono pure peggiorati per i motivi che ho detto prima, soprattutto per l’interesse di certi politici a presentare gli immigrati come criminali, generalizzando, facendoli diventare il grande nemico, il capro espiatorio della crisi. Non cambia purtroppo la pigrizia di chi si accontenta delle etichette, di chi non è interessato a vedere la persona sotto lo stereotipo.

In questo senso, la storia delle Nuvole è ancora tragicamente attuale. Forse adesso più che raccontare l’immigrato come altro, diverso, straniero, com’era la prostituta albanese alla fine degli anni 90, sarebbe interessante raccontare questa multicultura nelle sue contraddizioni, il cammino dell’integrazione e le sue ombre, i contrasti tra generazioni di immigrati (chi si è inserito e si sente italiano, chi ancora legato alle tradizioni del suo paese), raccontare la guerra tra poveri, italiani e non, per avere un posto di lavoro. Credo che ora, invece che raccontare l’Albania vista dalla cameriera italiana Cristina, racconterei l’Italia di oggi vista con gli occhi di un immigrato.

FM: Nelle Nuvole, una delle protagoniste si ritrova sul marciapiede, costretta a prostituirsi, un animale in trappola sotto la minaccia e la violenza di sfruttatori. In Francia, si discute molto sullo statuto della prostituzione, c’è anche un progetto di legge che propone di penalizzare i clienti, molte voci si sono schierate contro tra cui l’attore Philippe Caubère, cosà ne pensi ?

LF: Credo che nonostante l’idealizzazione maschile e una certa ideologia post femminista, la prostituzione non sia quasi mai una libera scelta per la donna, non abbia molto a che fare con la libertà del corpo, con il sesso. La sessualità è libera, fantasiosa, diversa per ognuno, ma parte da un incontro e da una scelta condivisa e reciproca. Nella prostituzione, soprattutto in quella eterosessuale, non vedo sessualità o libertà, vedo rapporti di forza e di potere, sbilanciati soprattutto verso la parte maschile: il cliente paga la donna perchè faccia quello che vuole lui, sia oggetto delle sue fantasie, in virtù del suo denaro, la donna invece concede il suo corpo passivamente senza una vera partecipazione. Perlomeno, mi baso sui fatti, su quello che ho ascoltato.

Ho intervistato molte prostitute e non ho mai sentito nessuna dire che provava piacere durante i rapporti o che amava fare sesso con i clienti, salvo quelle che se ne sono innamorate. E perfino a Amsterdam, città della libera prostituzione, trovo abbastanza deprimente la visione delle ragazze in vetrina, più sono ammiccanti e sicure di sè, più mi sembrano in gabbia. In più il mondo della prostituzione non si limita al semplice rapporto cliente-prostituta ma comprende altre relazioni complesse spesso collegate al mondo della criminalità come quelle con prottettori, pusher, clan mafiosi in concorrenza, relazione comunque nocive per la donna. E’ facile osservare il mondo della prostituzione giocando a fare Bunuel o vedendo le prostitute nell’alone accattivante di un quadro espressionista o di una poesia di Baudelaire, personalmente tutto ciò mi infastidisce perchè mi pare l’ottica snob di chi non prova a immedesimarsi veramente nel problema reale e lo guarda da lontano, speculando intellettualmente e ideologicamente sulla pelle di altre persone. 
Il cliente è un fruitore occasionale, consuma la prestazione e torna nel suo mondo borghese. La prostituta spesso nel suo mondo ci resta ed è un mondo problematico. In merito alla domanda specifica però non so se sia sufficiente penalizzare i clienti, come avviene in Svezia ad esempio (potrebbe essere controproducente, si sa che niente attrae di più della trasgressione), e, d’altra parte, trovo altrettanto pericoloso rimanere nel lassismo ipocrita (si sa che ci sono le prostitute ma non si riconoscono loro diritti, non si cerca di capire veramente quali siano le loro condizioni, restano un mondo sommerso e senza voce). 
Forse , in primo luogo, bisognerebbe ascoltare di più le donne, dare loro aiuti e vedere cosa preferiscono fare; dare loro la possibilità di decidere - anche se l’idea della prostituta che rilascia regolare ricevuta con tanto di bollo mi fa un po’ ridere. E d’altra parte vorrei tanto chiedere agli uomini perchè nel 2011 sentano questo gran bisogno di andare con una prostituta a pagamento invece che con una donna incontrata per caso. Perchè non rischiano l’incognita di una relazione alla pari, seppur occasionale? Forse gli uomini si sentono minacciati nella loro sessualità da donne sempre più autonome, forti, indipendenti, capaci di scegliere e hanno bisogno di ribadire cosi’ il loro potere? Ecco, questo - i nuovi ruoli, le dinamiche uomo donna nella nostra società - è un argomento ancora inesplorato a mio avviso, un vero problema su cui si potrebbe e dovrebbere discutere molto.

FM : Dimmi se sbaglio ma ho l’impressione che il tuo teatro è segnato dalla ricerca di un equilibrio, un intreccio tra dimensione intima e sfera sociale e politica. Come scegli gli argomenti dei tuoi testi per il teatro, da dove nasce il desiderio o la necessità di scrivere ?

LF : Dipende. A volte sono loro che scelgono me e le storie nascono da un incontro, come leNuvole o Nema problema, storia vera raccontata da un mio amico che si è ritrovato a combattere nella guerra serbo croata. A volte arrivano dai giornali come Odore di santità che parla di un prete pedofilo, argomento tristemente attuale in Italia, o dell’aborto di una ragazzina di diciotto anni in Blu, scritto quando volevano mettere in discussione la legge 194 che legalizza da anni l’aborto in Italia, a volte il plot viene dal mio vissuto, da un mio bisogno personale di elaborazione come quando ho parlato della famiglia o della malattia. Da sempre sono interessata al mondo, ai problemi del mondo ma ne parlo attraverso le persone, i loro sentimenti. Non scrivo per dimostrare una tesi, per dire è giusto o sbagliato, non sono un politico o un filosofo, ma per far vedere lo sviluppo di un cuore, l’evoluzione di uno stato d’animo, il cambiamento di un pensiero.

In un testo mi piace esprimere dinamiche relazionali e della società, mi interessano le potenzialità di cambiamento, gli incontri tra mondi diversi. Che succede se una studentessa incontra una prostituta albanese? Che succede se si scopre che il proprio padre morente, che è sempre stato un narcisista anaffettivo, si è innamorato di una ragazzina extracomunitaria e ci ha fatto un figlio come in Terapia antidolore? Che succede se una ragazza rumena di seconda generazione non vuole ripetere il destino di sua madre e scardina la relazione consolidata serva-padrona per rivendicare una sua identità? E’ da quel "che succede se" che traggo ispirazione. E’ come un sasso gettato nell’acqua e il testo nasce dai cerchi che il lancio produce.

FM : Il fatto di lavorare dall’inizio della tua carriera anche come attrice e regista ha sicuramente un’influenza quando scrivi per il teatro.

LF : Io sono essenzialmente un’attrice, ho studiato all’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico, ho creato un gruppo in Toscana, Centrale produzioni, dove con altri colleghi ho recitato, diretto e lavorato a stretto contatto con gli attori, scrivendo per loro, per la loro fisicità. Credo che essere attrice mi abbia aiutato molto nella scrittura soprattutto a cercare una verità sulla scena, un linguaggio parlato, non letterario, a mettere in bocca a un attore parole della vita di tutti i giorni, che potesse facilmente masticare senza sentirsi a disagio; mi ha aiutato a assecondare il più possibile l’evolversi di un carattere, la sua psicologia, a capire se un certo comportamento sulla scena può essere naturale o verosimile; mi ha aiutato a cercare di seguire i fili di tutti i personaggi nella costruzione di un intreccio (mi metto sempre dal punto di vista dell’attore che ha un personaggio che all’improvviso nel testo non dice più niente, sparisce per pagine e pagine: che cosa fa il poveretto in scena nel frattempo?) Credo inoltre che per uno scrittore di teatro essere un attore o lavorare con una compagnia di attori, provare il suo testo sulla scena e verificarlo con loro da subito, sia vitale e importante. 
Purtroppo non è sempre possibile, soprattutto nel teatro ufficiale dove il testo non nasce da improvvisazioni e ricerca, non viene verificato e cambiato con la collaborazione dello scrittore ma è messo in scena in poco tempo per motivi produttivi. Lavorare con gli attori mi ha sempre aiutato molto a capire meglio i miei testi, a migliorarli e a approfondire i personaggi in uno scambio vitale, direi entusiasmante. Li amo molto.

FM : Quali sono stati i tuoi maestri, le tue ispirazioni in teatro ?

LF : Ci sono tanti scrittori che ho letto che mi tornano in mente, magari con una frase, e mi ispirano un testo, una storia. Le ispirazioni però nascono dalle cose più svariate, un’improvvisazione in teatro su un personaggio che apre una possibile pista narrativa, un articolo di giornale con una storia incredibile, un sogno, una scoperta fatta in una seduta di analisi, la musicalità del linguaggio di un libro, l’atmosfera trovata in un racconto o in una poesia che ti accende la fantasia e ti fa venir voglia di ritrovarla, di proseguirla dentro di te. Non credo di avere dei modelli o dei maestri di riferimento specifici. Se vuoi invece che ti dica chi sono i miei autori preferiti posso dirti che amo molto George Tabori che ho anche tradotto in italiano per Einaudi dall’inglese (Cannibali e Mein Kampf), mi piace molto il rapporto viscerale che crea con il pubblico, la sua capacità di scuoterlo con il dolore e il riso, di passare dal comico al tragico. Continuo a pensare che Amleto sia il migliore testo mai scritto, mi piace perdermi in Beckett e nelle atmosfere di Thomas Bernhard, ma adoro anche la leggerezza delle commedie di Woody Allen, mi piace molto mescolare tragedia e umorismo, dare una speranza di evasione dal dramma ai miei personaggi. Quando scrivo un testo mi voglio soprattutto divertire, in questo senso mi sento una bambina che gioca con la sabbia, devo essere io la prima a provare entusiasmo per il castello che sta venendo fuori, appassionarmi alla forma che prende, innamorarmi dell’intreccio e dei personaggi, se perdo interesse o mi annoio, sento che non funziona neanche per gli altri e allora lo butto giù.

FM : il tuo teatro viaggio molto fuori dall’Italia, ci sono stati allestimenti in Germania, Austria, Svizzera, Cile, Francia, come lo spieghi?

LF : Prima di tutto, sono molto contenta che il mio teatro viaggi! Non so dirti perchè, Tabori dice che dio risiede nel caso e un po’ è vero. E’ successo alla fine degli anni 90: proprio le Nuvoletornano a casa che avevo mandato a un festival internazionale di drammaturgia non vinse ma fu notato da un’agenzia austriaca che lo tradusse e con la quale iniziai una lunga collaborazione nei paesi di lingua tedesca, Austria, Germania e Svizzera. Contemporaneamente Lukas Hemleb tramite Angela de Lorenzis, allora lettrice del Theatre National de Strasbourg, notò un altro mio testo Pesach, che aveva vinto in Italia il Premio Betti nel 2001 e iniziò un progetto produttivo poi sfociato al Theatre des Abbesses nel 2004. Da lì il mio rapporto con la Francia è proseguito conMere/fille prodotto dal Theatre Massalia/La Friche di Marsiglia, diretto da Antonella Amirante,Therapie antidouleur, tradotto da Carlotta Clerici e rappresentato a Parigi con la regia di Yvan Garouel, Nema problema, attualmente in tournèe con la regia di Alain Batis e, naturalmente, Le Nuvole tornano a casa. Ho trovato un grande sostegno anche in Actes Sud che ha pubblicato tre volumi di miei testi. Devo molto alla Francia e mi piace lavorarci.

Il mio lavoro all’estero è un caso ma anche una scelta d’obbligo: in Italia non esiste un mercato per la nuova drammaturgia, si investe poco sugli autori preferendo un repertorio tradizionale, consolidato. Se anche un testo viene prodotto, difficilmente ha una distribuzione interessante, che però servirebbe molto a fare conoscere un autore e ad aiutarlo a affermarsi. Così io ho preso la valigia e mi sono messa in viaggio, un viaggio che mi ha portato a conoscere altre realtà interessanti, alcune lontane come il Cile, altre più vicine ma ugualmente molto stimolanti, come i teatri tedeschi, molto professionali e attivi. In Italia ho avuto la fortuna di incontrare il Teatro due di Parma, un teatro che ha alle spalle una forte esperienza di cooperativa, e di iniziare da qualche anno una collaborazione con loro. Hanno prodotto Nema problema, con la regia di Pietro Bontempo e a novembre produrranno un altro mio monologo, Odore di santità, con Salvatore Cantalupo, attore che proviene dal teatro di Toni Servillo e che forse qualcuno anche in Francia ricorda nel film Gomorra (interpretava il ruolo del sarto); inoltre con loro faccio un lavoro più ampio, curando laboratori per attori, alcune regie, selezionando testi, un po’ quello che dovrebbe fare il drammaturgo e che purtroppo, ripeto, non sempre può fare.é

FM : Quale è la tua attualità ?

LF : Ho appena finito un romanzo che si chiama "Camminare sulle dita" e racconta la storia dell’esilio a cui è stata sottoposta la mia famiglia negli anni: dalla Russia per la lotta contro lo zar, dall’Italia per le leggi razziali e dal Cile per la dittatura di Pinochet. Il libro è incentrato sulla ricostruzione della figura di mio cugino che ha preso parte attiva alla lotta contro la dittatura ed è morto ucciso dai militari ma cerca di raccontare anche i sentimenti connessi all’esilio sedimentati nella famiglia: il senso continuo di perdita, il sentirsi sempre un fantasma senza radici, la nostalgia e, per contrapposizione, la difficoltà a creare rapporti stabili e duraturi, a vivere una vita normale, scegliendo situazioni rischiose, camminando appunto sulle dita, come i funamboli, sul filo del pericolo e della precarietà.

FM : I tuoi prossimi progetti per il teatro ?

LF : Oltre a Odore di santità al Teatro due, mi piacerebbe trarre una pièce da questo libro, una specie di saga familiare, la storia di una famiglia vista in questo arco di tempo e in questi tre diversi contesti storico-geografici. Ho quasi finito un altro testo che si chiama "Annunci urgenti e speciali" e parla del mercato di organi fatto attraverso il web: ci sono tantissimi disperati che per soldi vendono un rene, o il midollo osseo, sono storie spesso strazianti ma fanno anche riflettere sulla nostra società dove tutto ormai è merce, tutto è comprabile. Fa riflettere sul concetto di dignità umana, un valore che sento sempre più calpestato. Sembra un’inezia, ma è tutto quello che abbiamo: camminare a testa alta e dare un senso alla nostra vita su questa terra.




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