|
Ho appena finito un romanzo. Si chiama "Camminare sulle dita" e parla di un viaggio che ho fatto in Cile, della mia famiglia e dell'esilio.
Durante un viaggio in Cile nel 2008 ho fatto per caso una
scoperta sconvolgente: mio cugino Pepo, Jose Valenzuela Levi, che sapevo essere
stato “semplicemente” ucciso durante la dittatura per mano dei militari insieme
ad altri studenti, ha invece avuto un forte passato politico ed è stato il capo
dell’attentato a Pinochet nel 1986; proprio in seguito all’attentato fallito, è
stato massacrato con altri undici compagni in una strage programmata a tavolino
dalla Polizia, nota come la Matanza de Corpus Christi.
Questa
notizia scioccante inevitabilmente mi porta a riaprire le ricerche sulla storia
familiare, che già avevo investigato in passato quando mi ero interessata dei
parenti scomparsi durante la shoah.
Ricostruisco
così la storia della famiglia di mia nonna materna, i Dresner, originaria della
Russia e emigrata dall’Italia in Cile in seguito alle discriminazioni razziali
del 1938, scampata a tre dittature (lo Zar, Mussolini e Pinochet); alterno a informazioni
storiche, strappate ai silenzi e ai segreti di casa, ottenute grazie a lavoro
d’archivio e a internet, ipotesi di ricostruzione fantastica basate unicamente
sulla fantasia. Cerco di immedesimarmi nei parenti morti che per me diventano
personaggi di un immaginario teatro della memoria, provando a investigare i complessi
sentimenti connessi all’esilio che emergono via via dalla storia: l’incapacità
di condurre una vita normale, l’ansia, l’atteggiamento difensivo verso le
emozioni, il sentirsi sempre un fantasma sradicato dalla propria terra, la propensione
a “camminare sulle mani” come un acrobata sul filo del rischio e dell’avventura
recidendo rapporti dietro di sé, per paura di appartenere veramente a qualcosa
e a qualcuno.
Il fantasma
di mio cugino Pepo, come un dybbuk affamato, non mi abbandona mai, diventa la
mia guida in un percorso di scoperta, di confronto con le comuni origini
familiari e mi fa incontrare altri fantasmi: il bisnonno Giulio, figlio di un
rabbino chassidico ma militante socialista e amico di Lenin, il primo a abbandonare
il suo paese e a rifarsi una vita altrove, cinico e nello stesso tempo
nostalgico delle sue radici; mia nonna Elena abbandonata da bambina in Francia
durante il viaggio per raggiungere l’Italia, mia madre quindicenne costretta a
fare il partigiano e a nascondersi per le leggi razziali e poi espatriata in
Israele, mia cugina Beatriz, madre di Pepo, la prima donna geologo del Cile,
emigrata in Svezia, in lotta con la depressione, sopravvissuta al suicidio del
padre e alla morte del figlio…
In questo percorso
identitario, che finisce per essere autobiografico, cerco di elaborare la
tragedia della scomparsa di mio cugino e il trauma dell’espatrio forzato, il
dolore e il sentimento di perdita di questi esuli - incluso il mio lutto privato per la morte
recente di mia madre - per concludere che in fondo siamo tutti in continua
migrazione da diverse fasi
dell’esistenza, da persone da cui dobbiamo nostro malgrado staccarci, da
equilibri che all’improvviso si sfaldano per inaspettati terremoti, in continuo
viaggio tra la vita e la morte.