Il piccolo Momik, il personaggio di
“Vedi alla voce amore” di Grossman è il filo conduttore del workshop fatto nel
mese di agosto a Montalcino che si
intitola “Noi e la Shoah”. Quello che ci
interessa non è una riflessione storica sulla memoria, ma, al solito, un’
elaborazione fantastica. Una fantasia sull’Olocausto. Crediamo che l’unico modo
per affrontare la “belva nazista”, il terribile “laggiù” sia proprio usare la
fantasia, lasciarsi suggestionare dalle conoscenze per usarle liberamente,
giocare con l’immaginario come bambini. Quando usiamo le parole “gioco” e
“fantasia” nella riunione iniziale con
il gruppo di attori, riceviamo occhiate scettiche e sguardi di rimprovero.
Capiamo che con la shoah non si può scherzare, che è un mostro e perciò intoccabile.
C’è molto pregiudizio a lasciarsi andare e timore di venire giudicati dagli
altri. Eppure una sopravvissuta, che aveva passato due anni della sua vita a
raccogliere i vestiti delle vittime nella stanza antistante la camera a gas ad
Auschwitz, aveva detto con innocenza ad
uno studioso israeliano, che le aveva confessato quanto fosse difficile per lui
scrivere di teatro e sopravvivenza, che
“c’è solo bisogno di molta immaginazione”.
Come è possibile avvicinarci alla
shoah attraverso la logica, il “dover essere” buoni e bravi? Come possiamo
“toccare” il mostro se abbiamo le mani legate? Saremo mai sinceri? Perché il
nostro rapporto con l’olocausto passa anche attraverso gli stereotipi, il
razzismo, la vigliaccheria, la nostra
parte vittima e il nostro nazista interno, tutte cose non particolarmente
“carine” o “piacevoli” ma che fanno parte dell’essere umano. E ancora, come è possibile arrivare a “risentire”, con immedesimazione
stanislaskiana, immaginare la fame, la tortura, la paura di chi è stato davvvero
laggiù? Quanto ci sono sembrati ridicoli
e inopportuni certi film hollywoodiani. Ci siamo spesso sentiti fare queste obiezioni. “Non potremo mai rivivere
questo”. “Ci sentiamo falsi”. Vorremmo poter dire agli attori di fidarsi
dell’istinto, di liberarsi dal dovere, dai blocchi, da un generico dolore, di
offrire solo sè stessi, di essere disponibili al gioco, di mettersi in moto ma
sappiamo che non è semplice farlo e farlo subito. Crediamo che per arrivare
laggiù sia necessario essere ignoranti, disposti ad entrare in contatto con una
parte “morbida”, essere vulnerabili, aperti, aggressivi, spudorati, come
bambini appunto, senza paura del giudizio altrui, senza voler essere belli o
splendidi o sensibili o profondi o altro. Semplicemente, cercare di ascoltare
quello che emerge.
Nel bello e nel brutto.
Iniziamo il workshop con un
avvicinamento ad un sipario che abbiamo appeso all’altezza dell’abside di una
bellissima chiesa sconsacrata, il luogo che ci hanno assegnato. Un cencio, una grande tela bianca. Dietro c’è
la shoah. Chiediamo agli attori di avvicinarsi, semplicemente, ognuno con i
propri tempi e di far crescere un’emozione che si può esplicitare con la voce e
con un movimento sempre più ampio. Chiediamo di arrivare al loro massimo e di immobilizzarsi in una
statua (che poi gli faremo sciogliere cantando). E’ un rito di ripulitura, non
devono avere fretta: sappiamo che si dovrà vomitare molta retorica prima di
mettere in bocca parole e “cibi” nuovi. E così è. C’è chi cerca di piangere,
chi ripete “è un orrore”, chi bisbiglia un testo con fare drammatico. Va bene
così. Iniziamo il lavoro sugli stereotipi. Decidiamo di usare il disegno e la prima cosa che chiediamo agli
attori è di rappresentare un ebreo. La notizia li turba e fa risalire le difese.
I disegni sono provocatori. C’è chi disegna la propria mano e ci scrive accanto
“mano di ebreo”, chi si lascia andare con gusto allo stereotipo del rabbino con
i capelli rossi, chi pensa di non essersi lasciato andare ma rivela tratti
inconfondibilmente antisemiti, come chi raffigura due grandi braccia che
ghermiscono un mondo ed intorno i simboli del potere ebraico: una banconota da
un dollaro, una menorah, una lunga barba nera etc. Invitiamo gli attori a consultare con noi
alcune immagini che abbiamo selezionato su un pannello, le immagini della
propaganda razzista, italiana e tedesca. Indaghiamo i tratti esaltati dai
disegnatori: i nasi adunchi, l’avidità, i fumetti dove il giudeo minaccia di
togliere la terra ai contadini polacchi, le donne grasse e pasciute con figli
mostruosi attaccati alle gonne, la fisionomia da roditori (che Mauss, la
fantastica invenzione di Spiegelman, incarna con tragica acutezza). Gli attori sono i primi a rendersi conto di
quanto quei disegni siano simili ai loro. Facciamo un giro di brainstorming
sull’antisemitismo, dal quale emergono le paure di sempre: la crocifissione di
Cristo, la circoncisione, il fastidio per la presunta superiorità
intellettuale. Abbiamo portato dei vestiti, degli oggetti e chiediamo loro di
investigare ancora lo stereotipo improvvisando una rapida carrellata di
passaggi in ombra dietro al sipario, giocando su tutte le personificazioni
dell’ebreo che ci vengono in mente. Un lavoro molto interessante, che prosegue
con una capatina nel mondo del Mercante di Venezia (incredibile ma vero, per
molti sconosciuto) dove ci concentriamo sul personaggio di Shylock, che tutti
interpretano liberamente, stimolati da alcune frasi che abbiamo selezionato.
L’ultima attività della giornata è la improvvisazione di una scena che nel
Mercante è solo accennata: la conversione dell’ebreo e il suo battesimo. La
chiesa si presta molto bene a questo scopo. Partiamo da un gioco che
apparentemente non c’entra, la ricreazione di una crocifissione: tutto il
gruppo va a comporre una pietà, suggestionato dalla musica dello Stabat Mater
di Pergolesi. E’ un momento di grande commozione ed adesione alla morte di
Cristo, che viene deposto, e pianto da discepoli e donne. A questo punto entra uno degli Shylock e il
tableau della crocifissione si trasforma in un tribunale, i “deponenti”
diventano giudici ed intentano un processo al Mercante che deve difendere la
sua fede. L’improvvisazione si conclude con il gruppo che costringe
l’attore-Shylock ad immergere la mano nell’acquasantiera di pietra e a ripetere
alcune frasi. Nonostante la confusione, generata dalla libertà del tema,
l’esercizio aiuta gli attori a prendere
coscienza della violenza interna, compatta, del gruppo dei “cristiani” nei
confronti dell’ebreo e a quanti argomenti a disposizione avessero per
dimostrare la superiorità della loro fede. Il giorno dopo una ragazza abbandona
il workshop, dichiarandosi turbata.
Il secondo giorno continua il lavoro
sugli stereotipi, allargato alle altre categorie-vittime dello sterminio:
zingari, omosessuali, handicappati e aggiungiamo anche neri e immigrati.
Ispirati da altre immagini della propaganda razzista italiana, stavolte tratte
dal Corrierino dei Piccoli, rivolto ai bambini, invitiamo gli attori a comporre
a coppie una filastrocca razzista e ad interpretarla come se percorressero una
passerella durante una sfilata di moda razzista, in cui si susseguano in
rapida, grottesca esibizione tutti gli stereotipi elaborati. L’effetto è
agghiacciante, ma liberatorio. Per la prima volta, si ride. Ridiamo tutti e poi
notiamo quanto ci venga spontaneo ridere dell’omosessuale checca o dello
zingaro ruffiano o della lesbica che dice le parolacce. Leggiamo il diario di
Rudolph Hoess, il comandante di Auschwitz e troviamo che la descrizione che fa
degli zingari del campo non si allontani poi tanto da quello che comunemente
viene pensato. Il lavoro prosegue con la creazione di marionette razziste, che
gli attori devono animare anche fuori della sede del laboratorio, raccogliendo
le reazioni del pubblico esterno e confrontandole poi in un brainstorming
conclusivo.
Il terzo giorno è dedicato allo
stereotipo dei nazisti. La chiesa si trasforma in una vera e propria cattedrale
gotica. Giochiamo con i tre colori della bandiera , il bianco, il nero e il
rosso, dotando gli attori di drappi di stoffa di questi colori per lavorare sui sentimenti alla base del
nazismo: il potere, il senso rituale della morte, l’aggressività, la sacralità,
lo sfarzo. Alterniamo musiche punk, discorsi di Hitler, musica sacra, inventiamo
camminate, processioni, marce, individuali e di gruppo, e alla fine, sulla musica, ogni attore deve
prodursi in un discorso di propaganda nazista dal pulpito, che investighi
ulteriormente i sentimenti di potenza su cui abbiamo lavorato e che generi negli altri una reazione fisica
collettiva. Gli attori si divertono
molto e sono incredibilmente vitali ed espressivi. C’è molta tensione da
scaricare (e molta rabbia nei nostri confronti che li costringiamo ad esporsi e
a mettersi in gioco!)
Il quarto giorno facciamo invece un
lavoro diverso. Dallo stereotipo arriviamo alle storie, alle persone, provando
ad immaginarci un loro vissuto. Vogliamo
uscire dallo stereotipo della vittima, da i “sei milioni di morti”. Abbiamo
portato tantissime foto di facce, situazioni di vita nel ghetto, riferibili ad
un prima o a un immediatamente prima la deportazione e la strage. Leggiamo
alcuni brani di Via Mila, dal “Canto del popolo ebraico massacrato” di Yitzak
Katzenelson, manoscritto ritrovato in una bottiglia per il latte dopo che il
suo autore era già stato “eliminato” ad Auschwitz e questa lettura, che parla
dello smantellamento del ghetto di Varsavia, con toni realistici di cronaca,
genera in tutti molta inquietudine e tristezza. Lacrime vere, stavolta. Ogni
attore sceglie una foto e cerca di rappresentare la stessa posizione del suo
personaggio, poi di passare ad un’immedesimazione più profonda, con la mimica e l’espressione del volto, per
restituire l’intenzione del gesto, che cosa il personaggio sentiva in quel momento.
Chiediamo di pensare ad un prima e a un dopo del personaggio raffigurato nella
fotografia. Abbiamo selezionato sul pannello alcune frasi, tratte dai diari di
Etty Hillesum, da poesie di Gertrude Kolmar, da Primo Levi e dallo stesso
Katzenelson: frasi volutamente semplici, quotidiane, drammatiche per la loro
asciuttezza, oppure solo parole che aprano uno squarcio, suggeriscano
un’atmosfera senza definirla. Chiediamo agli attori di abbinare alle tre
posizioni dei loro personaggi tre frasi diverse. Quando tutto il gruppo
interpreta i tre momenti, si crea un coro tragico di vite spezzate, di destini
che affiorano e si perdono: ricolleghiamo a quei destini le centinaia di paia di scarpe, di occhiali,
dei vestiti senza identità, gettati a casaccio nei mucchi .
Il lavoro prosegue nei giorni
successivi con la creazione di “maschere della morte”, con la privazione cioè di quell’identità di
personaggio che abbiamo tentato di far emergere con l’esperienza delle
fotografie. La creazione della maschera avviene durante un’improvvisazione
molto violenta che chiamiamo “della vittima e del carnefice”. Abbiamo dedicato
tutta la giornata ad analizzare questo rapporto e in chiusura abbiamo chiesto
agli attori, a coppie, di interpretare uno una vittima e uno un aguzzino. La
vittima deve progressivamente rinunciare a parti del corpo: una mano, le gambe,
la vista, la voce fino ad arrivare all’immobilità ed è alla mercé totale del
carnefice. E’ un esercizio molto intimo, sull’umiliazione. L’ultimo atto dell
‘improvvisazione è la creazione, sulla vittima immobilizzata, di una maschera
applicata sul volto, fatta con bende gessate. Le bende vengono applicate sugli
occhi, sulla bocca, su tutta la pelle. Gli attori non sono stati avvertiti,
viene solo loro chiesto di tenere gli occhi chiusi. Il rito, che verrà ripetuto
per l’altra metà del gruppo, porta ad entrare in una dimensione
spersonalizzante e viene ricordato come l’esperienza più forte del laboratorio.
Siamo pronti ad entrare nel nostro
lager. I giorni successivi lavoriamo sull’immaginario del campo, facendo
disegni di un ipotetico “paese laggiù”, come se fossimo bambini delle
elementari, provando a ridar vita a
frasi fatti e stereotipi: giochiamo ad esempio a interpretare, usando la
maschera della morte usata come fosse una neutra, il fumo, le mosche, i cani, la belva nazista,
il filo spinato, il freddo, le atmosfere da incubo, utilizzando solo il corpo,
provando a sentire sensazioni semplici di immedesimazione, in un “qui e ora” del
gruppo. Esortiamo gli attori ad inventare delle macchine kantoriane: la
macchina dell’efficienza teutonica, la macchina dei trasporti, la macchina
dello sterminio. Questo esercizio genera molta tensione e anche insofferenza.
E’ un tabù troppo grande, giocare con le parole, con i significati. Proviamo ad
accennare all’umorismo usato dagli stessi internati, citiamo le barzellette sui
luoghi comuni del nazismo e dei campi nate presso i prigionieri, e nei ghetti, allo scopo di sopravvivere mentalmente, di
difendere la vitalità, di non avere paura. Ma gli attori a questo non sono
disponibili.
Alla fine del workshop c’è una
dimostrazione pubblica. L’esperienza è stata faticosa, spesso
conflittuale, spiazzante. Notiamo che il
muro delle difese è molto alto e che la rabbia, il senso di colpa ha spesso
bloccato una libera espressività del gruppo. Ma il tempo è stato troppo poco
per capire, per condurre un percorso completo.
Laura soprattutto è perplessa e si interroga sui propri sentimenti
conflittuali, emersi durante il laboratorio: si rende conto di aver provato più
di una volta difficoltà nella conduzione, che le sue aspettative nei confronti
del tema sono alte e che la delusione è stato un limite sul quale dovrà
lavorare molto. Ha percepito la rabbia del gruppo, quando è stato chiesto di
uscire da un guscio protettivo, di difesa culturale, ha toccato la paura,
l’impotenza e generalmente una sorta di limite imposto al “sentire”. Anche noi
dobbiamo analizzare e scoprire sentimenti complessi, contraddizioni. Il bello e
il brutto dell’essere umano. Non sappiamo come aprire la dimostrazione
pubblica, cerchiamo uno spunto per rompere il ghiaccio, per trovare un ponte
con i pochi spettatori seduti che già cominciano a radunarsi nella chiesa. Poco
prima di iniziare troviamo nel cestino dei rifiuti una delle frasi di Etty
Hillesum che avevamo proposto per il lavoro delle fotografie. E’ una frase
molto bella che dice: “In ogni momento della vita c’è bisogno di un atto di
coraggio. E ora vado dal parrucchiere”. Ma l’ultima parte della frase “ora vado
dal parrucchiere” è stata cancellata. La vittima deve essere eroica, non può
concedersi normalità, bisogni ed un comune sentire. Anzi, ci infastidisce molto
che sia così e che strabordi dall’etichetta. Ecco, è stato allora che abbiamo
percepito davvero la tragedia e la difficoltà di arrivare a quello che
Tabori ci aveva indicato
in una lettera, facendo un esplicativo
disegno infantile: il pelo pubico, dovete arrivare “sotto al pelo pubico. E’ lì che inizia tutta
l’arte”. SCKRECKKKKKKKK, commentava il
suo fumetto. Ci siamo guardati un attimo e nel nostro sguardo è passato un
grande senso di smarrimento, di inadeguatezza, di impotenza ma nello stesso di
eccitazione, la sensazione di aver trovato un indizio prezioso, un inizio, uno
spunto di lavoro per il futuro, in quel cestino dell’immondizia.
Poi abbiamo cominciato.